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luglio 2015

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Il Sole italiano può farcela. All’estero

di Giovanni Simoni

Pubblicato nel numero di giugno/luglio della rivista QualEnergia

Solar Breeder, un’iniziativa per consentire l’accesso alle imprese italiane, nei mercati internazionali delle rinnovabili

Si legge spesso di come le fonti rinnovabili siano diventate o stiano diventando un’opzione concreta per molti Paesi che all’alta insolazione aggiungono la scarsità di fonti energetiche tradizionali. Nella grandissima parte dei Paesi emergenti, quelli nei quali le rispettive economie hanno iniziato a “muoversi”, questa opzione sta diventando “scelta politica”.

Una vera e propria rivoluzione a livello mondiale nella quale molti grandi gruppi industriali e una parte delle più grandi utilities elettriche stanno rivolgendo importanti investimenti. Per fare un semplice esempio di quanto stia avvenendo a livello internazionale basta riportare due dati elaborati dalle previsioni dell’EPIA (European Photovoltaic Industry Association) sullo sviluppo mondiale del fotovoltaico. Secondo l’EPIA, da oggi al 2018 l’incremento di potenza elettrica fotovoltaica installata a livello mondiale sarà compresa tra i 60 e i 70 GW/anno. Al confronto in Italia siamo nell’ordine di 0,4 GW/ anno.

Lo sviluppo che per alcuni anni è stato prevalentemente europeo si è completamente spostato verso il resto del mondo. Di fatto l’Italia è praticamente “sparita” dalle statistiche del “nuovo installato”. In molti Paesi la quota di domanda aggiuntiva di energia elettrica è coperta per quasi il 100% da energia rinnovabile. D’altra parte questo fatto non ci deve stupire (se non per il fatto che nessuno ci avrebbe creduto neppure tre/quattro anni fa): la gran parte dei Paesi, con economie in crescita e con larga parte della popolazione ancora lontana da un certo livello di benessere, deve sussidiare con fondi statali le produzioni tradizionali di tipo termoelettrico, così come tutti i carburanti necessari per la movimentazione di persone e cose. Scoprire che, finalmente, con risorse non importate (sole e vento in particolare) si può affrontare e risolvere, a medio lungo termine, il problema, è stato, per molti politici locali, una vera e propria “fortuna”: un regalo inaspettato dello sviluppo tecnologico fatto da altri.

La combinazione favorevole di grande disponibilità della fonte primaria e costi della tecnologia ridotti per effetto degli incentivi pagati dai cittadini dei Paesi più ricchi, rende possibile avviare tutte le politiche di riduzione degli incentivi ai fossili senza “trasferirli” sulle rinnovabili, ma semplicemente cancellandoli.

Il vantaggio è duplice: miglioramento del bilancio degli Stati e riduzione delle importazioni di fossili. Un duplice risultato che, per essere pieno, deve evitare per quanto possibili un corrispondente incremento delle “importazioni tecnologiche”. In altri termini si devono attuare politiche di settore che rendano possibile gli investimenti nelle produzioni locali di tecnologia: un processo complesso che può essere trattato solo attraverso la ricerca di collaborazioni industriali con i Paesi maggiormente sviluppati che posseggono know-how e tecnologie produttive. Emerge “prepotente” l’esigenza per le imprese italiane di tentare di partecipare a questa enorme opportunità per salvaguardare il know-how acquisito negli anni del boom del fotovoltaico italiano.

Se “veniamo a noi” è opportuno soffermarci per un momento sulla situazione industriale italiana nel settore. È lecito affermare che in Italia non esiste l’industria del silicio: non purifichiamo il silicio, non produciamo lingotti di silicio puro adatto al fotovoltaico. Si può anche affermare che non produciamo celle fotovoltaiche. Esistono, invece, buoni produttori di moduli anche se con capacità produttive molto inferiori alle dimensioni dei grandi produttori internazionali, ma con ottima qualità del prodotto e capacità anche di diversificare modelli, dimensioni, colori, ecc. In sostanza, buoni prodotti e grande capacità di adattamento e di diversificazione produttiva. Per tutti gli altri componenti fondamentali di un impianto fotovoltaico, l’Italia dispone di un sistema produttivo di prim’ordine. Inverter, trasformatori, dispositivi elettronici, contatori bidirezionali (dove siamo peraltro leader mondiali) prodotti, tuttavia, da imprese di media e piccola dimensione con buona capacità di “vendere” all’estero, ma scarsa propensione a “produrre” all’estero. Quest’ultima affermazione è, in realtà, la conseguenza della dimensione medio piccola dell’impresa nazionale del settore. Una dimensione economica e finanziaria che rende notevolmente rischioso affrontare le insidie e le difficoltà di un investimento produttivo diretto in uno o più dei Paesi nei quali il mercato fotovoltaico, e delle rinnovabili in generale, sta crescendo a ritmi elevati.

Crisi interna

Dobbiamo anche aggiungere che i nostri “campioni nazionali” si sono recentemente trovati di fronte a un crollo vero e proprio del mercato interno (a tutti è noto il passaggio dai 9.000 MW del 2011 ai 400 MW del 2014: praticamente una riduzione del 95% del mercato).

La conseguenza sul sistema industriale è facilmente immaginabile: in molti hanno chiuso o stanno chiudendo i battenti (lo vediamo dalle persone con buona esperienza nel settore che cercano lavoro), altri – che per loro fortuna facevano anche altro – hanno chiuso la divisione dedicata e sopravvivono con un business più tradizionale, ma ci sono anche quelli che, avendo adottato politiche prudenti di crescita e di contenimento dei costi negli anni del boom, si stanno consolidando sia dal punto di vista della dimensione del proprio business, sia dal punto di vista tecnologico. Sono gli appartenenti a questo gruppo che possono pensare di affrontare con nuovi sistemi la complessità dei mercati esteri emergenti. Tra questi ultimi sono prevalenti le aziende di medie o piccole dimensioni: il vero problema nell’affrontare i mercati esteri è la “soglia” d’intervento iniziale (gli investimenti di insediamento, la scelta dei partner locali sempre necessari, l’introduzione presso le Autorità locali e nazionali, le analisi del mercato specifico, la complessità e i costi della partecipazione alle gare internazionali, ecc.) che, molto spesso, rappresenta un ostacolo insuperabile per le imprese del settore.

Ovviamente il rischio di produrre all’estero è di gran lunga superiore a quello di tentare di vendere i propri prodotti esportando dall’Italia. Ma forse, tenendo conto della concorrenza internazionale, è l’unica strada che può essere percorsa con successo. Ovviamente a certe condizioni e con certe cautele a salvaguardia. Nel caso del Marocco, che abbiamo affrontato come primo esempio di un progetto di filiera, già nelle prime gare è indicata l’esigenza di installare una produzione locale come condizione per la partecipazione. Questa inizia a essere una condizione che si sta ripetendo anche in altri Paesi. In altri termini l’accesso nei nuovi mercati richiederà sempre di più l’esportazione del know-how e di attività produttive locali.

Il Solar Breeder (SB) nasce per rispondere alla necessità di molte PMI italiane del settore, quelle che hanno resistito al crollo del mercato interno, di aprirsi ai mercati internazionali minimizzando, per quanto possibile, i costi e i rischi dell’avviamento. L’idea base è quella di mettere insieme l’intera “catena del valore” (dalla produzione di moduli, agli inverter, ai diversi componenti elettrici ed elettronici degli impianti, al know-how degli allacci in alta tensione, alla progettazione, all’ingegneria dei sistemi, alle capacità di due diligence, al monitoraggio e alle attività di O&M, fino alla formazione specialistica di settore) dell’industria fotovoltaica italiana attraverso la scelta di imprese in grado di “lavorare insieme” in uno stesso distretto industriale.

Tutte le attività di filiera, sia produttive, sia di servizio, vengono sviluppate da una decina di Aziende Partner tutte collocate nella medesima area industriale. In tal modo condividono molti dei costi generali esterni al core business di ciascuna e, in parte, anche i costi di comunicazione, promozione, amministrazione e vendita.

Nella stessa area industriale è prevista l’installazione di un impianto fotovoltaico della potenza di circa 8 MW dotato di accumulo elettrochimico in grado di garantire una regolazione delle forniture elettriche sia alle imprese interne al distretto, sia a selezionati utenti esterni. L’impianto verrà realizzato, in una prima fase con prodotti delle Aziende Partner importati dall’Italia, in una seconda fase dalle produzioni locali. Da qui il concetto di “Breeder”.

L’impianto alimenterà inoltre un sistema d’irrigazione a goccia destinato a produzioni agricole collocate a fianco dell’area industriale, attraverso il pompaggio dell’acqua dalla falda acquifera presente a circa 150 metri di profondità. L’investimento totale dell’attuale dimensione del SB ammonta a circa 20 milioni di euro. Molto al di sopra della soglia prevista dal Governo marocchino per la concessione di una serie di incentivazioni fiscali e doganali che contribuiscono ulteriormente alla competitività dell’intero sistema di imprese. Il progetto Solar Breeder, dopo una preparazione di oltre nove mesi, si è “consolidato” con la costituzione di una holding operativa, la Solar Breeder Morocco S.a.r.l. di diritto marocchino della quale farà parte la S.I.E. (Societè d’Investissment Energetique), società del Ministero dell’Energia marocchino, che ha l’incarico di investire nelle attività industriali del settore “rinnovabile” e che investirà nel progetto il 35% circa del totale.

Scelta a Sud

Perché il Marocco? Su questa scelta si è già detto quasi tutto. Il Paese più stabile della sponda sud del Mediterraneo, il Paese che importa la quasi totalità delle risorse energetiche, il Paese che ha recentemente adottato una convinta politica di sviluppo delle fonti rinnovabili e, soprattutto, un Paese nel quale il fotovoltaico non ha bisogno di incentivi alla produzione di energia elettrica.

Questa condizione, che a prima vista sembrerebbe una condizione negativa, a ben guardare non lo è. Il significato profondo è che il fotovoltaico è già competitivo con qualsiasi altra fonte di energia fossile o rinnovabile. Questa è la “fortuna” cui ho accennato prima. Forse la parola fortuna è sbagliata, ma in Marocco è del tutto chiaro, anche a livello del Governo, che l’uscita progressiva dalle fonti fossili importate è possibile a iniziare dalla produzione di energia elettrica.

Si può aggiungere che, anche se i mercati energetici sono sempre pesantemente influenzati da decisioni politiche, il fatto di poter lavorare in assenza di interventi di sostegno diretto (come nel caso italiano), permette di programmare il proprio futuro solo sulle previsioni di un mercato il meno possibile “drogato” da elementi “transitori” e poco controllabili. Da questo punto di vista il Marocco è un Paese esemplare. L’ente elettrico nazionale (ONEE) prevede che le bollette elettriche da fonti fossili, per le diverse tipologie di consumatori, aumentino con la progressiva riduzione del sostegno pubblico (Tab. 1) In tale situazione l’impianto previsto nell’area del Solar Breeder potrà fornire energia elettrica a un prezzo inferiore del 20% rispetto ai prezzi del mercato, con una buona redditività dell’investimento (Fig. 1).

In definitiva il Solar Breeder ha l’ambizione di presentarsi come un modello di collaborazione industriale tra aziende e istituzioni di Paesi diversi a vantaggio delle reciproche economie e delle rispettive imprese. È un’iniziativa che “guarda lontano”, ben diversa da interventi puramente speculativi, che si radica su altri territori. È un’iniziativa “aperta” che può continuare ad accogliere altre imprese per esempio del settore eolico e della gestione energetica dei rifiuti.

In conclusione, un modello che potrà essere replicato dopo la prossima costituzione di una Holding internazionale: il Solar Breeder International SpA.

L’Italia alla conquista del fotovoltaico africano

di Piergiorgio Liberati

Pubblichiamo un articolo sul progetto Solar Breeder Morocco, uscito sulla rivista Elementi n.35 (agosto-novembre 2015)

Creare un distretto industriale alimentato solo con energia fotovoltaica, progettato e coordinato da un pool di aziende italiane. Ed ancora, avviare un laboratorio per favorire la transizione dell’Africa verso un modello energetico basato sulla sostenibilità ambientale, sul mercato e sulla competizione tra tecnologie e imprese.

Tutto questo è Solar Breeder, progetto che ha per teatro il deserto del Marocco, voluto dalla società Kenergia di Giovani Simoni e sostenuto per quanto riguarda la parte istituzionale dal GSE, attraverso l’iniziativa Corrente. Al programma, infatti, partecipa anche RSE, società del gruppo GSE che si occupa di ricerca di sistema, la quale offrirà il suo supporto insieme agli altri partner dell’iniziativa tra cui Brandoni solare, Friem, Moroni&Partner, Saet e Raptech.

Tutti saranno guidati da Giovani Simoni (ex Presidente di AssoSolare confluita poi in AssoRinnovabili) che ha saputo trasformare l’iniziativa in una vera e propria alleanza societaria con la marocchina Société d’Investtissments Energétiques (Sie) che si occuperà di promuovere investimenti per oltre 22 milioni di euro. Tra gli obiettivi di Solar Breeder c’è quello di realizzare moduli fotovoltaici ad alta efficienza per almeno 50 Megawatt, considerando che nei piani del governo di Rabat c’è l’installazione di 2.000 Megawatt fotovoltaici entro il 2019.

Del resto le premesse ci sono tutte. Non solo per l’elevata percentuale di insolazione del Marocco, ma anche per la costante crescita della domanda elettrica che sta aumentando del 6% l’anno (58% negli ultimi 8 anni) spinta dallo sviluppo demografico e soio-economico del Paese.

Attualmente quasi il 70% del mix energetico i Rabat è sbilanciato sul petrolio con un considerevole apporto di carbone (16%). L’obiettivo del progetto Solar Breeder è di ridurre – con il fotovoltaico – il primato delle fonti fossili, in linea con quanto stabilito dal governo marocchino nel 2010, avviando un massiccio piano di sviluppo delle rinnovabili. Un’occasione ghiotta, se pensiamo che oggi il Maroco importa quasi il 90% del proprio fabbisogno energetico.

Ed è qui che Simoni, con la sua Kenergia ha deciso di inserirsi, per poter cogliere tutte le potenzialità di sviluppo del Paese africano. Ad oggi l’Agenzia marocchina per l’energia solare, MASEN, sta predisponendo varie gare internazionali per attrarre investimenti, per un totale di 1.500 MW messi a bando, dei quali 270 da realizzarsi entro il 2016. E proprio per questi impianti l’Agenzia di Rabat aveva imposto il 6 aprile 2015 il termine ultimo per la pre-qualifica alla gara: ebbene, Kenergia è riuscita a far superare la pre-qualifica alla Solar Breeder Morocco (SBM), holding operativa del progetto voluto da Giovanni Simoni. Un primo passo che dovrà condurre, nelle stime prudenziali fate da Kenergia, la Solar Breeder a coprire l’8% del mercato marocchino del fotovoltaico.

Simoni: “Investimento di 20 milioni in tre anni”

Intervista a Giovanni Simoni

di Fabrizio Tomada

 

E: Com’è nata l’idea del Solar Breeder?

GS: È stata una reazione spontanea dopo aver vissuto le varie fasi dello sviluppo del fotovoltaico in Italia, che ha portato prima al record mondiale di installazioni annuali e poi al rapido crollo del mercato interno e ad enormi difficoltà per tante imprese del settore. Abbiamo, quindi, unito due necessità: far fruttare la grande esperienza italiana cercando nuovi mercati e sfatare al contempo la credenza che il fotovoltaico italiano “non esisteva”.

E: E in cosa consiste il progetto?

GS: Con il Solar Breeder vogliamo creare un distretto industriale “aperto” in un Paese estero. Sono presenti tutte le fasi della creazione del valore della filiera del fotovoltaico, per la progettazione e la realizzazione chiavi in mano di impianti fotovoltaici di qualunque dimensione. Abbiamo selezionato imprese italiane per produrre stabilmente in Marocco. Operando nella stessa area e usufruendo di numerosi servizi comuni, i costi sono ridotti al minimo. Ciò da un lato permette l’ingresso in mercati esteri anche alle piccole imprese; dall’altro valorizza la componente di “lavoro locale”, che sarà determinante per le gare internazionali.

E: Perché proprio in Marocco?

GS: In Marocco troviamo le condizioni adatte per un investimento di lungo termine. Ecco la prima che – a prima vista – sembra negativa: non ci sono incentivi alla produzione di kWh. Il mercato generato dalle prossime gare pubbliche e quello privato si fondano su “condizioni reali”, effetto di una serie di fattori: radiazione solare, temperature non eccessive e costi contenuti delle tecnologie. Il Marocco, poi, è un Paese in forte crescita (il PIL al 5% nel 2015) e la domanda di energia elettrica aumenta del 7%.

E: Qual è l’ammontare complessivo degli investimenti che il Solar Breeder ha iniziato a fare?

GS: Siamo nell’ordine dei 20 milioni di euro in circa tre anni, comprendenti le attività produttive, gli edifici, l’impianto fotovoltaico, il sistema di accumulo e tutti i servizi. Il distretto sorgerà su un terreno di 20 ettari. Abbiamo scelto un’area poco nota: la città di Ben Guerir, dove si trovano un Politecnico e il centro di Ricerche Solari IRESEN. Grazie al sostegno di OCP, la maggior azienda del Paese, sta sorgendo una Green City: Ben Guerir sta divenendo un esempio di sostenibilità non solo per il Marocco, ma per l’intera Africa.