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dicembre 2015

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L’intervento. Fer, il crollo oil non è uno svantaggio

di Giovanni Simoni
pubblicato su Quotidiano Energia il 3 Dicembre 2015

A Parigi si parlerà molto di rinnovabili e, per contrasto, di petrolio. Non so se si arriverà a determinare una questione a mio avviso necessaria: quella di definire a livello planetario, il massimo livello di combustibili fossili che dovrebbe essere consumato nei prossimi venti anni per contenere l’effetto serra.
Il discorso, ovviamente, è molto complesso: qualsiasi limite di possibile utilizzo dei combustibili fossili per effetto dell’incombente crisi ambientale ridurrebbe in un sol colpo la validità dei bilanci di migliaia di imprese che, nel proprio stato patrimoniale, hanno inseriti i “valori” delle riserve non ancora utilizzate: di gas, di petrolio e di carbone.
Ma nell’ipotesi favorevole che si possa raggiungere un’intesa di questo genere, sorge immediatamente il vero “nodo politico” della questione: quali potranno essere i criteri di ripartizione? Chi avrà diritto ad una riserva da utilizzare che rientri nei limiti concordati a livello mondiale? Come si faranno i controlli? Non credo che si arriverà a tanto, ma questo è il tema.
Stiamo ritornando ad una situazione già vissuta, ma da un punto di vista totalmente diverso: anzi addirittura opposto.
Era quella del 1974 quando i grandi paesi produttori arabi chiusero improvvisamente i rubinetti dell’approvvigionamento verso i grandi consumatori occidentali: si doveva, allora, provvedere a ripartire le risorse disponibili extra Opec tra i paesi che risultavano deficitari di petrolio e di ridurre al minimo i danni per le rispettive economie. Nacque per iniziativa degli americani l’Agenzia Internazionale dell’Energia (I.E.A.) con il compito di verificare le risorse disponibili ed adottare piani di emergenza delle ripartizione di tali risorse. Gli accordi erano “impegnativi” , ma non ci fu mai un vero bisogno di darne seguito.
Oggi la posizione è totalmente ribaltata: il petrolio e gli altri combustibili fossili sono ampiamente disponibili, ma se venissero utilizzati senza limiti ambientali si arriverebbe al disastro ambientale. Ora come allora si pone un problema di ripartizione non delle risorse residue (un limite proprio e quantitativo), ma un limite “esterno” a tali risorse che, tuttavia non è stato ancora concordato e sul quale vi sono posizioni molto diverse.
E’ in questo quadro macro economico/ambientale che entrano in gioco le fonti rinnovabili. Culturalmente e politicamente, a livello mondiale le rinnovabili hanno fatto passi da gigante: chi poteva immaginare solo dieci anni fa, che si potesse cominciare a far entrare le rinnovabili nell’equazione del petrolio mondiale? Allora appariva una questione del tutto marginale e di scarso interesse per i grandi gruppi petroliferi: in questo brevissimo periodo (dieci anni sono un nulla relativamente ai consolidati interessi petroliferi) vi è stato un cambiamento radicale: problemi ambientali e sviluppo delle rinnovabili hanno mutato completamente ed “oggettivamente” il quadro esterno, il mercato energetico del prossimo futuro. Goldman Sachs ha recentemente calcolato che nel prossimo quinquennio (2015-2020) il contributo, in termini petroliferi, delle rinnovabili (in particolare solare e vento on shore), sarà corrispondente a 6,2 milioni di barili/giorno (mb/d) mentre quello dello shale oil americano (che ha trasformato gli Stati Uniti da paese importatore a paese esportatore) non arriverà che a 5,7 mb/d. Il fotovoltaico, in particolare, crescerà al ritmo del 36%/annuo.
Nell’ultimo anno molto si è dibattuto sull’effetto del calo del prezzo del petrolio sullo sviluppo ulteriore delle rinnovabili: è un dibattito interessante che va “adattato” alle diverse situazioni dei paesi. Un tema che richiama molta attenzione nei paesi arabi e molto discusso nell’ultima edizione del Word Future Energy Summit ad Abu Dhabi.
In particolare è interessante esaminare due casi estremi: il paese leader del petrolio mondiale, l’Arabia Saudita ed un paese come il Marocco che si trova senza proprie risorse fossili e senza tecnologie alternative sviluppate internamente.
Il recente calo dei prezzi petroliferi e la necessità di non perdere le proprie quote di mercato ha ridotto in maniera molto consistente le entrate petrolifere dell’Arabia Saudita senza, per il momento, aver rallentato il ritmo della spesa pubblica. Il risultato è stato il “consumo” delle proprie riserve valutarie per oltre 100 miliardi di dollari nell’ultimo anno: una parte notevole dei 640 miliardi di dollari di riserve valutarie rinchiuse nei forzieri arabi. Un trend che non potrà durare a lungo senza una profonda revisione delle spese pubbliche, ma che ha portato sempre di più a valutare un impegno di dimensioni colossali nel settore delle rinnovabili. Un piano che non è stato ancora ufficializzato, ma che inizierà  ponendosi l’obiettivo di rendere elettricamente autonoma da fonti fossili l’intera Mecca. Una tale iniziativa darà una spinta formidabile all’adozione di misure politiche favorevoli alle rinnovabili (ed in particolare al fotovoltaico) da parte di tutto l’Islam moderato specialmente in quei paesi dove le risorse petrolifere sono praticamente assenti. La posizione che terrà l’Arabia Saudita in questi giorni a Parigi dovrà essere osservata molto attentamente.
Quello che emerge relativamente alla riduzione dei prezzi petroliferi per un paese come l’Arabia Saudita nei riguardi delle rinnovabili è un atteggiamento di “spinta allo sviluppo” come conseguenza di un piano strategico di lungo periodo tendente a soddisfare i consumi interni con le rinnovabili e a mantenere le risorse petrolifere per l’esportazione. Attualmente pochi hanno rilevato il fatto che il Paese consuma internamente annualmente più di un terzo del petrolio estratto (10mb/d)!.
Tutt’altra situazione è quella del Marocco. Un Paese che non possiede riserve fossili e che supporta con contributi speciali l’utilizzo dei combustibili e dell’energia elettrica in favore dei consumatori. Una situazione che appesantisce il bilancio del Regno e la propria bilancia commerciale.
In questo Paese la riduzione dei prezzi petroliferi internazionali rappresenta un’ottima contingenza per operare su due fronti: la riduzione degli incentivi al consumo, con un progressivo e graduale (graduale per la contestuale riduzione del prezzo del petrolio) aumento delle tariffe, sia dei combustibili, sia dell’energia elettrica utilizzata dai consumatori, e la riduzione dei costi di importazione delle fonti fossili.
Le risorse “liberate” dalla morsa fossile potranno parzialmente essere destinate allo sviluppo locale delle rinnovabili: una politica effettivamente adottata dal Governo marocchino.
Anche in questo caso si vede che, in definitiva, una riduzione dei prezzi internazionali del petrolio si riflette, contrariamente a quanto generalmente pensato, in un vantaggio netto per le rinnovabili destinate a divenire le vere protagoniste dello sviluppo e della sostituzione delle fonti tradizionali in tutto il prossimo futuro.
Da notare che tutto questo non avviene per effetto delle questioni ambientali, ma per pura convenienza economica: da tempo i bassi costi della tecnologia e l’alta radiazione solare hanno portato in gran parte del mondo senza risorse fossili e ad alta insolazione a rendere il fotovoltaico (e non il solare termico a concentrazione il “famoso” CSP) più conveniente delle fonti tradizionali.
Ciò che si discute a Parigi è una questione essenziale per il futuro di tutti ma i motivi per i quali si può ora sperare di raggiungere un qualche accordo, risiedono proprio nel fatto che finalmente gli interessi ambientali coincidono con quelli dell’economia. Uno dei tanti esempi è proprio quello rappresentato dal settore fotovoltaico e del suo sviluppo massivo anche in Italia. Stiamo pagando e pagheremo ancora per una diecina d’anni gli incentivi attraverso le bollette, si poteva fare meglio, ma non dobbiamo più di tanto rammaricarci dei risultati raggiunti.
Infine la coincidenza drammatica dei fatti di Parigi e dei numerosi attentati, hanno fatto dire a più di un osservatore che il solare, radicato nel territorio, abbondantemente disponibile e con limitati gap tecnologici, è uno degli strumenti per ridurre gli scambi ed i profitti petroliferi divenendo così un fattore di pace di cui abbiamo tutti bisogno.